Schiaffo ai dipendenti pubblici: la Cassazione cancella l'obbligo del buono pasto
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di Federico Giusti
Una pronuncia della Cassazione, relativa agli enti locali, farà discutere confermando che i diritti sociali e dei lavoratori sono ormai vilipesi e ignorati ad ogni latitudine. La pronuncia prevede che non ci sia alcun obbligo per gli Enti locali nel prevedere il servizio mensa o erogare dei buoni pasto per il personale.
La pronuncia andrà letta con attenzione ma in sostanza conferma i pareri dell'Aran che ha parlato storicamente di diritto soggettivo del lavoratore.
La pronuncia andrà letta con attenzione ma in sostanza conferma i pareri dell'Aran che ha parlato storicamente di diritto soggettivo del lavoratore.
La questione va riportata indietro nel tempo per essere compresa fino fin fondo, a quando gli Enti locali decisero la giornata lavorativa in prevalenza su 5 giorni con due rientri pomeridiani, a quando i sindacati rivendicarono il diritto alla mensa come in altri settori del mondo lavorativo.
Se la Cassazione tratta la erogazione del buono mensa alla stregua di una sorta di captatio benevolentiae datoriale verso il personale degli Enti locali è non solo offensivo ma anche umiliante. Poi far dipendere il buono mensa dalla disponibilità delle risorse finanziarie a Bilancio dell'Ente e del confronto sindacale è un'ulteriore aggravante, il diritto alla mensa diventa una variabile dipendente dalle disponibilità degli Enti che nel corso degli anni sono stati privati di finanziamenti adeguati dallo Stato dopo che le risorse derivante dalla tassazione sulla prima casa sono state abrogate.
Da quasi 15 anni il buono pasto per i dipendenti pubblici è fermo a 7 euro, nel frattempo il valore dello stesso, nelle aziende private, è quasi raddoppiato a conferma del trattamento di peggior favore accordato al personale della PA. Il diritto alla mensa da collettivo diventa soggettivo senza avere la possibilità di contrattare sindacalmente degli orari diversi non essendo la materia oggetto di trattativa ma solo di una sommaria informazione. Per dirla in poche parole se domani organizzassimo degli scioperi per aumentare il buono pasto il nostro interlocutore sarebbe il Governo, se volessimo deli orari diversi non potremmo ricorrere a vertenze Ente per Ente non essendo gli orari contrattabili se non in termini alquanto generici e sommari, come del resto innumerevoli altre materie prime tra tutte la organizzazione degli uffici e dei servizi demandata alla sola competenza datoriale.
Noi troviamo queste motivazioni aberranti e emblematiche di un paradosso che vede la forza lavoro privata di diritti collettivi rimettendo all'Ente la decisione se istituire un servizio mensa (ipotesi scartata perchè non conveniente) o un ticket il cui potere di acquisto per legge è ridotto ai minimi termini.
I giudici della Cassazione sgomberano il campo da ogni equivoco e lo fanno a mero discapito dei lavoratori e delle lavoratrici arrivando , a nostro avviso, a sminuire se non proprio a ridicolizzare lo stesso contratto nazionale. E al contempo il Governo evita di affrontare la rivalutazione del ticket risparmiando sulla pelle dei lavoratori pubblici.
E in un colpo solo ci troviamo davanti a un attacco ai diritti acquisiti ma anche un segnale eloquente di come la legislazione sul lavoro si stia indirizzando ormai su posizioni datoriali. escludendo la possibilità che ogni dipendente possa considerarsi titolare di un diritto la cui erogazione sarà rimessa solo alla volontà e alla disponibilità dell'Ente in relazione alle disponibilità finanziarie.
Sottraendo, anche per il Riarmo, sempre più risorse agli Enti locali, un domani anche il nostro salario sarà variabile dipendente dalle disponibilità degli Enti?

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