I giovani francesi svelano il vero volto dell'Unione Europea
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di Paolo Desogus
I giovani francesi non hanno fatto in tempo a far conoscere le loro motivazioni di dissenso che subito è partita la macchina del fango. Ha iniziato la stampa francese (in larghissima parte controllata dai grandi gruppi finanziari) insinuando che le proteste nelle scuole fossero eterodirette da Mélenchon e dalla La France Insoumise. A ruota hanno seguito i media italiani, che hanno ben pensato di occuparsi delle grandi contestazioni francesi solo dopo che hanno avuto qualche cassonetto bruciato da mostrare agli italiani.
Il messaggio che deve passare è che le proteste sono l'espressione di un gruppo di studentelli facinorosi e viziati che calpestano i frutti del benessere che gli è stato concesso. È in altre parole il tipico messaggio moralistico e ricattatorio che attribuisce patenti di ingratitudine verso chi osa ribellarsi.
L'Europa è da tempo quel continente che non accetta il dissenso. È il continente che ha reso la democrazia un'esercizio formale privo di reale dibattito e di reale discussione. Può al massimo tollerare un'opposizione di costume, che si limita a intervenire su temi di superficie. È invece sommamente ostile verso chi mette in discussione gli attuali rapporti di forza, soprattutto se la critica si rivolge all'assetto economico e se si permette di menzionare i nomi dei detentori del capitale, che in Francia sono gli Arnault, i Bettencourt, i Dassault.
Nell'ultimo decennio la Francia è stata la peggiore vittima del neoliberismo. Ha pagato un prezzo persino più salato di quello pagato dagli italiani, che hanno vissuto con due decenni di anticipo la torsione ideologica che oggi colpisce i francesi. Un primo assaggio è arrivato con François Hollande, il peggior socialista mai salito all'Eliseo, seguito dal suo ministro dell'economia Emmanuel Macron, la cui presidenza sarà ricordata per aver portato il paese nel punto più basso della sua storia.
Macron è il puro prodotto dell'establishment francese e internazionale. È l'espressione degli interessi del grande capitale d'oltralpe e della rapacità dei pochi contro i molti. Le sue politiche hanno infatti privilegiato largamente le grandi fortune che, durante gli anni della sua presidenza, hanno avuto modo di moltiplicarsi a danno del ceto medio e delle classi popolari.
Questo capitalismo, incapace di darsi un limite, ossessionato dalla smania della propria crescita, ha depredato tutto quello che c'era da arraffare. Ha contaminato ogni aspetto della vita civile. Ha svuotato il continente europeo di tutto e soprattutto dei suoi grandi punti di forza, come appunto il suo sistema di istruzione. Le riforme imposta dall'UE hanno di fatto distrutto la scuola pubblica. La pedagogia delle competenze, in Francia ancor più che in Italia, ha reso una barzelletta gli studi. Specie in ambito umanistico, la ricerca, orientata dai grandi finanziamenti europei, ha portato gli studi nel binario morto degli "Studies" o delle "Theory", ovvero a inutili quanto effimere mode intellettuali, la cui unica finalità è quella di amministrare le assunzioni nelle università dentro la cornice ideologica neoliberale.
Il risultato di queste politiche è che oggi l'Europa è indietro in ogni campo: tecnologico, sociale e politico. Nel nostro continente la democrazia è diventata un esercizio vuoto, senza contenuti, senza pensiero. Hanno legittimità di correre per la guida del governo solo quei partiti che non pensano e che si adeguano all'andamento generale, cioè i partiti che non mettono in discussione l'economia di mercato, il primato del privato e le politiche guerrafondaie.
I ragazzi che scendono in piazza in Francia, come in Europa, protestano contro questo declino. Si ribellano a chi nega loro un futuro. Contestano una politica subalterna al grande capitale e alle lobby: una politica immorale, razzista e priva di prospettiva che non sia la guerra. Poi c'è sempre qualche imbecille pronto a scandalizzarsi per qualche cassonetto bruciato. C'è sempre qualche idiota, pronto a mettere in mostra il proprio servilismo.


