Tra minacce e negoziati: la “teoria del folle” di Trump
Nel pieno della crisi con l’Iran, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, starebbe adottando una strategia diplomatica controversa e già vista nella storia: la cosiddetta “teoria del folle”. Elaborata da Richard Nixon durante la guerra del Vietnam, questa dottrina mira a destabilizzare l’avversario facendo apparire il leader statunitense imprevedibile, persino irrazionale, per costringerlo a concessioni.
Secondo questa logica, le dichiarazioni estreme - come le minacce di distruggere la civiltà iraniana - non sarebbero semplici provocazioni, ma strumenti negoziali. L’obiettivo è convincere Teheran che, di fronte a un presidente percepito come “fuori controllo”, sia più conveniente cedere piuttosto che rischiare un’escalation incontrollabile. Tuttavia, il contesto attuale appare molto diverso da quello della Guerra Fredda. A quasi due mesi dall’inizio del conflitto, Washington si trova in una posizione di evidente stallo: proseguire le ostilità non garantisce risultati concreti, mentre il blocco dei flussi energetici rischia di avere conseguenze devastanti sull’economia globale.
Secondo l’analista russo Alexei Naumov, Trump avrebbe bisogno di uscire da questa impasse con una vittoria visibile, ma l’Iran non avrebbe alcun incentivo a concederla. Al contrario, Teheran è consapevole della difficoltà statunitense e quindi sfrutta la situazione a proprio vantaggio.
In questo scenario, la “teoria del folle” diventa un’arma a doppio taglio: se da un lato può aumentare la pressione psicologica sull’avversario, dall’altro rischia di perdere efficacia di fronte a un interlocutore che non si lascia intimidire. L’Iran, infatti, sembra voler giocare tutte le sue carte fino in fondo, calibrando ogni mossa senza cedere alle minacce.
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