Codici Nucleari: la rivolta del Pentagono contro la "guerra personale" di Trump
di Franesco Corrado
Sono saltate le trattative che si sarebbero dovute tenere ieri ed oggi ad Islamabad tra USA e Iran per porre fine al conflitto in corso. La cosa era prevedibile dato che si trattava di un dialogo tra sordi. L'Iran aveva posto sul tappeto delle precondizioni perché si iniziasse il dialogo, ma gli USA da quell'orecchio proprio non ci sentono. L'Iran, che stava conducendo una guerra intelligentissima e che ha dimostrato di tenere la situazione in pugno, chiedeva quattro cose:
1- che l'amministrazione statunitense smettesse la retorica minacciosa
2- l'alto al fuoco in Libano dove Israele si sta macchiando di una seria raccapricciante di crimini di guerra e contro l'umanità
3- la restituzione dei fondi congelati illegalmente dagli USA
4- rimozione immediata del blocco al naviglio commerciale iraniano.
Limitiamoci a valutare quest'ultimo punto: ciò che la stampa definisce impropriamente "blocco dello stretto di Hormuz" in realtà è un blocco che gli USA fanno al naviglio civile iraniano e non tutto, dato che non riescono a controllare lo stretto e che navi iraniane si muovono liberamente. Di fatto le navi USA sono (erano, come spieghiamo più avanti) a circa 300km dallo stretto per cui non possono fare nessun blocco del medesimo, che rimane nel pieno ed esclusivo controllo dell'Iran. Oramai parlare di diritto internazionale o diritto di guerra, quando ci sono in gioco gli Stati Uniti, fa ridere, ma ricordiamo che un blocco navale è un atto di guerra e non è lecito porlo in essere durante un cessate il fuoco. Non solo, e qua sta la vigliaccheria americana, fino a che si sparava, le navi USA rimanevano a circa 1000km dallo stretto. Una volta ottenuto il cessate il fuoco, sicuri che la Repubblica Islamica, al contrario di loro, avrebbe mantenuto la parola data e non avrebbe aperto il fuoco, hanno iniziato ad avvicinarsi pur rimanendo ad almeno 300km di distanza. E così, facendo pure i gradassi, hanno iniziato a parlare di un loro blocco sullo stretto, una cosa di fantasia diciamo.
Quindi, non di blocco si tratta ma del tentativo di fermare almeno qualcuna delle navi mercantili dello stato persiano. In questi giorni ha fatto notizia l'attacco piratesco effettuato dalla marina USA alla superpetroliera iraniana Touska (sotto sanzioni) che è stata addirittura colpita nel Golfo dell'Oman (non Hormuz quindi). Così si agisce quando si sa combattere solo contro nemici inermi. In pieno cessate il fuoco, ovviamente si attacca un'imbarcazione civile. Riportato dalla squallida e corrotta stampa occidentale come un fatto neutro, anzi quasi come una vittoria che dimostrerebbe grandi capacità navali, l'atto piratesco ha infuriato gli iraniani. La reazione non si è fatta attendere e la flotta vicina allo stretto di Hormuz è stata bersagliata da una pioggia di droni. Questi droni non avevano lo scopo di affondare navi ma di saturare la difesa della flotta facendole esaurire i razzi intercettori disponibili ma lasciando le navi indifese. Da qui la precipitosa fuga della flotta USA se l'è data a gambe levate allontanandosi a distanza di sicurezza superando le acque dell'Oman e avvicinandosi all'Africa.
Insomma gli USA, indipendentemente da come si voglia interpretare la demenziale guerra contro l'Iran che sta distruggendo gli interessi USA in Medio Oriente, stanno improvvisando con un Trump sempre più a corto di opzioni. La cosa era evidente già dopo un paio di settimane dall'inizio del conflitto con le basi USA bombardate e abbandonate in tutto il Medio Oriente. Gli USA si sono ritirati dalla Siria e da tutte le basi dell'Iraq tranne una.
Credibile è pertanto la notizia trapelata nelle ultime ore di un Trump che ha chiesto i codici per l'attacco atomico. Ciò si sarebbe verificato durante una riunione di sabato scorso con il comandante dello stato maggiore delle forze armate congiunte, il generale Daniel Caine. Alla richiesta di accesso da parte del presidente, il generale avrebbe opposto un secco rifiuto. La notizia è stata riportata da varie fonti attendibili una di queste è Larry Johnson intervistato da Andrew Napolitano che, peraltro, è anche un amico di Trump.
Si parla delle condizioni mentali del presidente ma non è questo il punto anche se, in effetti, se si leggono i suoi post sui social media e si assiste alle le sue conferenze stampa, il sospetto è del tutto lecito. Il problema è istituzionale e cioè il presidente ha scatenato una guerra senza l'approvazione del parlamento che è l'unico a poterlo fare. Nel teatrino che è la politica USA, l'attuale conflitto è stato fatto passare per una guerra difensiva in modo da dare a Trump la possibilità di chiuderla alla svelta entro il termine di 60 giorni che scadono il 1 ° maggio. Ma la guerra si è complicata, per usare un eufemismo. Di fatto, se il parlamento non ancora vota per la guerra, ha comunque impedito che venisse fermata. Le due ali del Parlamento USA hanno bocciato proposte tese a fermare la guerra: con votazioni del Senato il 15 aprile (con 52 voti contrari e 47 favorevoli) e della Camera il 16 aprile (con voto ancora più risicato di 214 contro 213). Ora, però, i termini stanno scadendo e le trattative sono saltate: il presidente dovrà quindi avere il nulla osta del parlamento che non crediamo arriverà. Se messo di fronte ad un bivio: da un lato la sconfitta, cosa cui gli USA sono assolutamente abituati, e dall'altro un risultato incerto ma con uso di ordigni nucleari, è plausibile che il Parlamento blocchi l'azione militare.
Sicuramente il diniego di Caine di dare i codici a Trump va visto in questa ottica: il presidente ha certamente violato la costituzione ed abusato dei poteri presidenziali e la cosa è stata fatta passare perché sono 80 anni che gli USA rompono le scatole all'Iran, ma da qui ad essere trascinati nell'abisso ce ne passa.

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