Pino Arlacchi: "La mia Onu avrebbe evitato il genocidio a Gaza. Come rifondare le Nazioni Unite"

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Pino Arlacchi: "La mia Onu avrebbe evitato il genocidio a Gaza. Come rifondare le Nazioni Unite"

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di Pino Arlacchi*

 

Il 7 aprile 2025 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di distruggere la civiltà dell’Iran. Qualche settimana prima, su Gaza, lo stesso Trump aveva dichiarato di voler “ripulire” il territorio, evocando la soluzione finale per i palestinesi. Sono dichiarazioni che, nel linguaggio del diritto internazionale, si chiamano minacce di crimini di guerra. Eppure le Nazioni Unite non hanno fatto nulla. Solo qualche pronunciamento di circostanza da parte di un imbelle Segreterario Generale che neppure a pochi mesi dalla sua uscita di scena ha avuto il coraggio di fare alcunchè. 

Cercherò adesso di spiegare perché, al di là della carenza di leadership, l’ONU attuale è incapace di rispondere alle tragedie del nostro tempo. Ed illustrerò una mia proposta concreta di rifondazione che renderebbe l’organizzazione finalmente all’altezza del suo mandato originario.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è l’organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza del pianeta. Cinque paesi, presunti vincitori di una guerra del secolo scorso, vi siedono come membri permanenti con diritto di veto. Ogni delibera operativa può essere bloccata da uno solo di questi cinque. Quando uno di loro è direttamente coinvolto in un conflitto, o ne protegge una parte in causa, il Consiglio si paralizza. Diventa uno scudo per l’impunità.

Il caso Palestina-Israele ne è uno degli esempi più clamorosi. Nell’aprile 2024 una proposta al Consiglio di Sicurezza allargato per ammettere la Palestina come Stato membro a pieno titolo ha ottenuto 12 voti favorevoli su 15. Gli Stati Uniti hanno esercitato il veto. Punto. Dodici paesi su quindici favorevoli, e la proposta muore. Nel maggio dello stesso anno l’Assemblea Generale — il parlamento del mondo, che rappresenta 194 nazioni — ha votato 143 a 9 per riconoscere che la Palestina soddisfa tutti i requisiti per l’ammissione, e ha chiesto al Consiglio di riconsiderare. Inutilmente. Oggi sono diventati 157 i paesi che hanno riconosciuto la Palestina come Stato. Persino Canada, Francia e Regno Unito — tre membri del G7, un evento senza precedenti — si sono aggiunti nel settembre 2025. Ma la Palestina rimane fuori dall’ONU perché Washington dice no.

Nel frattempo, la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di adottare misure per prevenire il genocidio a Gaza. Israele ha ignorato l’ordine. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandato di arresto contro il primo ministro Netanyahu. Nessuna conseguenza pratica. E’ stato invocato il rarissimo Articolo 99 della Carta — usato solo quattro volte in ottant’anni — per portare la situazione all’attenzione del Consiglio. Il Consiglio si è riunito. Gli USA hanno posto il veto. E il massacro è continuato.

Ciò che pochi sanno è che la Carta delle Nazioni Unite del 1945 già prevedeva un sistema radicalmente diverso da quello che abbiamo. Gli articoli 43, 45, 46 e 47 disegnano un’architettura completa: ogni Stato membro avrebbe dovuto mettere a disposizione del Consiglio forze armate proporzionali, mediante accordi speciali; i piani operativi sarebbero stati elaborati da un Comitato Militare composto dai Capi di Stato Maggiore delle grandi potenze; l’ONU avrebbe avuto una propria stabile forza armata, non una raccolta di contingenti volontari improvvisati.

Quegli accordi non sono mai stati conclusi. La Guerra Fredda li ha congelati immediatamente. E da allora l’ONU ha dovuto arrangiarsi con operazioni di peacekeeping volontarie, con deleghe a coalizioni di Stati, con mandati e regole d’ingaggio deboli. Il risultato complessivo di 71 missioni di pace non è stato poi cosi’ disastroso come ci si sarebbe potuto aspettare, ma alcuni fallimenti sono rimasti storici: il Rwanda nel 1994, dove 800.000 persone furono massacrate mentre i Caschi Blu, presenti in loco con forze sufficienti a impedire il genocidio, rimasero a guardare; Srebrenica nel 1995, idem, dove l’ONU aveva dichiarato una “zona sicura” che non era sicura affatto. E poi la Somalia, il Congo, il Sudan. E oggi l’Ucraina, Gaza, l’Iran.

La formula alternativa adottata in passato - la delega a uno Stato membro o a un gruppo di Stati - ha prodotto risultati altrettanto problematici. In Sierra Leone fu il Regno Unito a guidare l’intervento, in Afghanistan la NATO, nel Kuwait del 1991 gli Stati Uniti. La legittimità dell’ONU veniva prestata a operazioni che finivano col rispondere alle logiche nazionali (spesso “sporche”, vedi Afghanistan), delle potenze che intervenivano.  

La rifondazione che propongo si basa su due misure fondamentali: il Consiglio di Sicurezza con diritto di veto va abolito, e sostituito da un esecutivo mondiale responsabile davanti all’Assemblea Generale. L’Assemblea diventa il vero parlamento del mondo: un’entità sovrana le cui delibere hanno forza vincolante, e non possono essere bloccate da nessun singolo Stato, per quanto potente. Il veto è la negazione del diritto internazionale. Afferma che alcuni Stati sono al di sopra della legge. Va eliminato.

In questo sistema rifondato, la Palestina verrebbe immediatamente ammessa come Stato membro a pieno titolo — la maggioranza necessaria è già disponibile, 157 voti su 194. Come Stato membro, la Palestina potrebbe invocare la protezione dell’ONU di fronte a un attacco armato, in base al diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta.

A quel punto l’Assemblea — o l’esecutivo globale che ne esegue le delibere — potrebbe decidere l’invio di una forza internazionale con mandato robusto ai sensi del Capitolo VII della Carta: non una forza di interposizione passiva, ma uno strumento di peace enforcing, autorizzato a usare la forza per proteggere i civili e far rispettare il cessate il fuoco. Il Comitato Militare previsto dall’articolo 47 — mai attivato in ottant’anni, ed aggiornato in modo da essere composto dai capi di Stato Maggiore dei paesi dell’Esecutivo mondiale — elaborerebbe il piano operativo e assumerebbe la direzione strategica.

La forza dovrebbe avere una consistenza minima di 50.000 soldati. Non è una cifra arbitraria. Gaza è un territorio di 365 chilometri quadrati con oltre due milioni di abitanti, infrastrutture distrutte e molteplici gruppi armati. Per garantire la protezione fisica dei civili, separare le forze in conflitto e creare le condizioni per una soluzione politica, il rapporto tra forza e popolazione richiede almeno quella consistenza.  

L’ovvia domanda che si pone a questo punto è se uno scenario del genere sia politicamente realistico. La risposta è che lo è ogni giorno di più, per ragioni che hanno a che fare con il declino dell’egemonia americana. L’isolamento americano in Assemblea Generale sul caso palestinese è ormai estremo: Washington è rimasta con nove voti su 194 contro la risoluzione di ammissione. I suoi alleati europei più stretti — con l’eccezione del governo di estrema destra dell’Italia- si sono sfilati.  

In un’ONU rifondata e senza veto, il costo politico per Washington di opporsi attivamente a una forza di pace mandata dall’Assemblea su richiesta di uno Stato membro sotto attacco, con mandato dell’81% dei suoi membri, sarebbe semplicemente insostenibile.

Israele, da solo, senza la certezza dell’ombrello militare, diplomatico, finanziario americano non ha la capacità di reggere un confronto prolungato con una forza multilaterale legittima di quelle dimensioni. La sua superiorità militare regionale è reale, ma dipende completamente dall’ ombrello citato.

Vorrei essere molto chiaro, infine, su un punto che spesso viene frainteso in questi tempi di squallido minimalismo. La mia proposta chiede di applicare ciò che è già scritto, modificando solo pochi articoli della Carta delle Nazioni Unite, redatta nel 1945 da uomini e donne che avevano vissuto due guerre mondiali e capivano che il diritto internazionale senza strumenti esecutivi è un’illusione.

La fine della Guerra Fredda avrebbe potuto scongelare l’attuazione della Carta, ma il momento unipolare americano degli anni Novanta ha preferito un’ONU debole, funzionale alla proiezione di potenza di Washington piuttosto che a una vera governance globale. Quel momento unipolare è finito.

Ed è precisamente in questo contesto, quando il vecchio ordine non funziona più — che la rigenerazione dell’ONU diventa non solo desiderabile ma indispensabile.

Pubblicato su Il Fatto il 22aprile 2026

 

 

Pino  Arlacchi

Pino Arlacchi

Ex vice-segretario dell'Onu. Il suo ultimo libro è "Contro la paura" (Chiarelettere, 2020)

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