Pechino e il nuovo ordine globale

Xi dovrà decidere se conservare il sistema liberale internazionale. Il dibattito degli esperti

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Il cambio di leadership in Cina e la nuova politica estera di conflitto scelta da Pechino nel Mar Cinese Meridionale alimenta il dibattito tra gli esperti di relazioni internazionali sulla strutturazione del prossimo ordine globale. Nonostante il rallentamento dei paesi del Bric, è un dato di fatto che nei prossimi anni i tassi di crescita dei paesi emergenti saranno superiori a quelli dei paesi industrializzati e che la ricchezza ed il potere d'influenza continuerà a spostarsi. Forse già nel secondo mandato Obama, gli Stati Uniti non saranno in grado di mantenere il ruolo di unica superpotenza del sistema e la domanda è se la Cina e le altre grandi potenze emergenti inizieranno a contestare il Washington Consensus.
 
La visione conservatrice. Il nodo centrale della discussione riguarda la decisione che prenderà Pechino: accettare di continuare a far parte di quel sistema liberale, globalizzato, basato su regole che promuovono apertura dei mercati e democrazia, oppure  utilizzare il suo potere economico e la ricchezza acquisita per costruire un nuovo sistema illiberale. La posizione accademica dominante al momento riflette l'idea espressa più volte dall'esperto statunitense Ikenberry: nonostante la posizione degli Stati Uniti nel sistema globale stia cambiando, l'ordine liberale internazionale continuerà a prosperare. La Cina e le altre grandi potenze emergenti non vogliono contestare le regole basilari ed i principi esistenti, ma chiedono solo una maggiore capacità decisionale. Secondo tale visione, l'ascesa di Cina, India e Brasile non rappresenta la sconfitta del sistema liberale internazionale, ma la sua ultima ascesa, dato che questi Stati hanno interesse nella prosperità delle norme ed istituzioni create dagli Stati Uniti: l'apertura dà loro accesso agli investimenti esteri, conoscenza e tecnologia dei paesi industrializzati necessari per il proseguo del loro sviluppo.
Un altro aspetto sottolineato dal noto storico dell'economia Barry Eichengreen riguarda le pressioni che la Cina subirà per trasformare lo yuan in moneta di riserva internazionale. Il dollaro, sottolinea Eichengreen, lo è diventata alla fine della seconda guerra mondiale, non solo per la sua economia, ma soprattutto in relazione alla capacità di sviluppare mercati finanziari ed istituzioni democratiche. Pechino dovrà necessariamente avviarsi nello stesso sentiero e, conclude Ikenberry, il prossimo ordine globale non sarà quindi un sistema “illiberale” - “un Consensus di Pechino” - meno aperto con meno regole e dominato dalle relazioni bilaterali tra gli Stati, ma il sistema internazionale liberale, che gli Usa hanno modellato negli anni'40 continuerà a prosperare all'interno di una fisiologica ristrutturazione degli elementi di forza. 
 
La visione di cambiamento radicale. La scelta di politica estera più aggressiva scelta dalla Cina soprattutto in relazione al Mar Cinese Meridionale,lascia tuttavia aperta l'alternativa. Secondo il professore Stefan Halper, ad esempio, gli Stati emergenti “stanno imparando a combinare l'economia di mercato con regimi politici autocratici e semi autocratici in un processo che segna una ripulsione del modello occidentale”. E' soprattutto l'esperto di relazioni internazionali Robert Kagan a sostenere come sia la storia a dimostrare che i vecchi ordini siano transitori e destinati a cadere quando emergono nuove potenze con nuovi valori, norme ed istituzioni di riferimento. La diminuzione del potere americano - principale plasmatore delle norme e istituzioni internazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale – e la sua progressiva ritirata dalla scena internazionale porterà a cambiamenti inevitabili. Il parallelo storico che compie Kagan è con la prima forma di globalizzazione che la storia contemporanea ha conosciuto, quella del 1871-1914: quattro decenni di prosperità, globalizzazione e pace a cui seguirono prima guerra mondiale, nazionalismi totalitari ed il collasso dell'ordine liberale britannico. A dimostrazione di come il progresso democratico e le libertà economiche possono essere rovesciate in un arco relativamente breve di tempo. 
Quello che spiega la tenuta negli ultimi cinquanta anni, continua Kagan, va ascritto esclusivamente al ruolo avuto dagli Stati Uniti nel promuovere la democrazia e l'apertura dei mercati. Secondo Giplin un ordine liberale internazionale “non può venire in esistenza ed essere mantenuto senza che abbia dietro il più potente stato nel sistema”. Di fronte al ridimensionamento americano, gli esperti condividono che si vada verso un sistema multipolare con gli Usa primus inter pares. In un sistema del genere, simile a quello esistente nell'Europa dell'ottocento - “il sistema dei Congressi” - l'ordine mondiale non necessariamente rimarrà democratico e di libero mercato. Da un lato, due cardini, Cina e Russia, stanno già investendo per l'espansione dei regimi autoritari. Mentre le altre democrazie preminenti nel prossimo sistema - India, Brasile e Turchia - non hanno al contrario degli Usa la volontà di farsi promotori all'estero dei valori democratici, Kagan sottolinea come il ruolo di Moscca e Pechino potrebbe essere simile a quella dei regimi fascisti negli anni '20 e '30. D'altro lato, anche il sistema liberale potrebbe entrare in crisi ed il fatto che la Cina stia usando il suo crescente potere navale per chiudere e non aprire le acque internazionale ci dice come non sia scontato che nel nuovo sistema multipolare internazionale le potenze continueranno a sostenere l'apertura dei mercati.

Tutto dipende da Pechino. Nonostante le forti divergenze sulla strutturazione futura, tutti gli esperti condividono che la nuova conformazione dell'ordine internazionale dipenderà dalle scelte della nuova leadership di Xi Jinping a Pechino. Due elementi alimentano le speculazioni circa la volontà futuro della Cina di cambiare le istituzioni del Washington Consensus. In primo luogo, mentre la sua economia è proiettata a superare quella degli Usa in termini di valori assoluti, Pechino, in termini di reddito procapite, resterà ai livelli di povertà. Si tratta di una situazione unica nella storia - in passato l'elemento dominante è sempre stato anche il più ricco – che costringerà i leader cinesi ad essere sempre più riluttanti ad aprire settori della loro economia per proteggere i loro lavoratori e portarli fuori dalla fascia di povertà. In secondo luogo, nota Bremmer, la natura del capitalismo cinese, dominato da imprese gestite dal pubblico, fa si che il proposito non sia quello di massimizzare i profitti, ma le chances che la leadership conservi il potere. In questo senso, Russia, ma anche Brasile e Messico hanno creato fondi sovrani finalizzati a questo obiettivo ed il risultato finale è una grande divergenza dal sistema liberale. 
Si possono già avvertire i segni dell'erosione. Il numero delle democrazie elettorali nel 2005 erano 123, oggi sono 115 e Freedom House riporta di un indebolimento generale della democrazia con “una pressione crescente sulla libertà d'espressione, il rispetto di diritti umani e libertà civiche, in particolar modo il diritto dei lavoratori di organizzarsi”. Ed anche il sistema liberale di mercato si sta deteriorando: la crisi finanziaria del 2008 e la susseguente recessione hanno alimentato dubbi comparabili a quelli degli anni '30 e '70. Del resto, le grandi potenze  stanno già cercando di costruire sfere d'influenza per legittimare il loro crescente potere: Putin  con il progetto di  “Unione euroasiatica” degli ex Stati sovietici, la Cina, rivendicando la sovranità di tutto il mar Cinese Meridionale e le dichiarazioni di Nuova Delhi sull'Oceano Indiano sono i primi segnali tangibili di un cambiamento in atto.

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