Lo Yemen e la teoria del caos

Una coalizione di 10 paesi guidata dall’Arabia Saudita bombarda lo Yemen con gli Usa nel ruolo dell'Onu

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Lo Yemen e la teoria del caos

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di Mara Carro


Nella notte del 26 marzo, una coalizione di 10 paesi guidati dall’Arabia Saudita ha bombardato le posizioni dei ribelli Houthi nello Yemen che, grazie all’allineamento tattico con tribù, comandanti militari e alcune unità d'élite della Guardia Repubblicana rimaste fedeli all’ex presidente Saleh, controllano la capitale Sana’a, Taiz, Aden e la base aerea di al-Anad, che fino a due settimane fa ospitava le Forze Speciali americane, e muovono a grandi passi verso lo strategico Stretto di Bāb el-Mandeb che congiunge il Mar Rosso, il Golfo di Aden e quindi l'Oceano Indiano e dal quale passa il 40 per cento del traffico marittimo. L’intervento militare ha beneficiato del sostegno logistico e dell’intelligence degli Stati Uniti d’America, come confermato dalla stessa Casa Bianca. Gli Stati Uniti non sono coinvolti direttamente negli attacchi aerei.
 
Paradossalmente ad annunciare le operazioni, senza previa consultazione e/o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riunito il 22 marzo per discutere della situazione politica in Yemen, è stato l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adel al Jubeir. Può mai un paese annunciare che sta andando in guerra usando come suo portavoce l'ambasciatore di stanza in un paese straniero? Perché a parlare al popolo saudita non è stato il re, il principe ereditario o ministro degli Esteri? L’Ambasciatore ha detto che gli attacchi servono “a proteggere e difendere il governo legittimo” del presidente yemenita Abdel Rabbo Monsour Hadi, e che il governo saudita si è consultato con quello statunitense prima di iniziare a bombardare. Con gli Usa nel ruolo dell’Onu vanno reinterpretati anche i termini della dichiarazione con la quale gli Stati Arabi hanno annunciato l’attacco e così, una questione interna di un Paese (che ovviamente ha ricadute regionali)  diventa “aggressione” e per deterrenza dieci stati ne bombardano un altro.

 
Dal punto di vista degli Stati Uniti, di cui lo Yemen era partner nella lotta al terrorismo di matrice qaedista e che solo nel settembre 2014 veniva presentato come un esempio di successo della strategia americana di antiterrorismo, si tratta di una battuta d'arresto per gli sforzi di mobilitare l'azione contro i gruppi di al-Qaeda e, dopo gli attentati suicidi che hanno colpito due moschee nella capitale Sana’a anche di ISIS, che hanno trovato rifugio nello Yemen e che in più occasioni hanno dimostrato di essere capaci di colpire l’Occidente. Oltre ai recenti fatti di Parigi, si pensi infatti a Umar Farouk Abdulmutallab che ha cercato di far esplodere una bomba-al-plastico nascosta nelle sue mutande sul volo NW253 della Northwest Airlines, in rotta da Amsterdam a Detroit.
 
A sei mesi di distanza lo Yemen è ormai preda di un conflitto settario e di una guerra per procura regionale che minaccia di inghiottire il Medio Oriente. Quel che è peggio, è che la strategia Usa ne esce ancora più confusa e indecifrabile, distinguendo alleati e nemici a seconda del contesto. Mentre sostengono i raid aerei della coalizione araba per fermare l'offensiva della milizia sostenuta dall’Iran in Yemen, gli Stati Uniti stanno conducendo attacchi aerei per sostenere l'offensiva delle milizie iraniane a Tikrik. E nel frattempo conducono negoziati diretti con Teheran per un accordo sul nucleare.
 
Se mai ci fossero stati dubbi su quale fosse la strategia preferita di Obama ora sono stati fugati: è la teoria del caos.

Il rischio infine, è che un intervento esterno possa esacerbare ancora di più la situazione. Non va dimenticato, infatti che, indipendentemente dai loro legami con forze straniere, sia gli Houthi che i loro avversari sono profondamente radicati in Yemen, e motivati ​​principalmente da questioni locali che si trascinano dagli inizi degli anni 2000 e non hanno trovato risposte nemmeno nel dopo Saleh.

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