La guerra invocata in Parlamento (ed esaltata dai media)
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
15 ottobre. La vomitevole sceneggiata di un canagliesco “gentlemen agreement”, da parte di individui che, continuando a definirsi “di sinistra” senza aver idea di cosa voglia dire e irridendo a ogni presupposto di classe, applaudono in parlamento all'intervento della presidente del consiglio, fotografa, purtroppo, l'obbrobrio di una “politica” fatta di abbracci e sorrisi “interpartitici” sulla pelle di lavoratori, pensionati, masse popolari. Dimostrando come le apparenti divisioni “politiche” non passino affatto per la salvaguardia degli interessi di classi contrapposte, ma seguano un percorso condiviso al servizio del profitto capitalistico, il furfantesco spettacolo andato in scena al Senato è stato diligentemente esaltato dai media bellicisti che, nel sostegno governativo ai nazigolpisti di Kiev, hanno trovato un'ulteriore occasione, da un lato, per plaudire ai farabutti che invocano più armi alla junta ucraina e, dall'altro, per bacchettare il presidente yankee, sentendosi le spalle coperte dalla “politica” delle buone maniere, ansiosa di mostrare il proprio apprezzamento anche ai fascisti.
Così, anche senza scadere nei miasmi dei torquemadisti pannelliani de Linkiesta, che accusano chi non ha apprezzato «le frasi della premier sull’Ucraina» su un fantomatico «ritorno di un imperialismo di stampo sovietico», qualunque cosa voglia dire, ecco che il signor Alessandro De Angelis, su La Stampa, si lancia in una omelia sul «sostegno a Kiev» che, sostiene, «non è un atto di carità, ma una questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini». Giullare euroguerrafondaio, che si genuflette alla fascista di governo lacrimando che «l’Europa che rinuncia a Kiev è declamazione priva di una responsabilità. Significa assecondare il disegno di Trump e di Putin sulla pelle di un popolo che lotta per la libertà». La “libertà” di esser mandato al macello o di fare la fame, schiavizzato da una regime nazigolpista sostenuto da UE e NATO. Quindi, commozione sul Corriere della Sera per le parole della presidente del consiglio, secondo cui sarebbe rischioso il “diesel deal” annunciato da Trump e «il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le bombe continuano a cadere». Come fanno del resto i droni di Kiev che fanno vittime nella regione di Belgorod: ma, su ciò, silenzio; mentre è ineguagliabile il pathos del fogliaccio milanese per il finale, allorché «all’applauso, scrosciante, della maggioranza, si unisce quello di cinque senatori PD». Quale lirismo da parte della signora Monica Guerzoni, nel comunicare ai lettori che gli applausi «arrivano da Calenda, Renzi, Casini, Scalfarotto, Sensi, Rojc, Verini, Zampa, Delrio. Senatori di Azione, tutta Italia Viva e riformisti del Pd». Banditi, strumenti consapevoli di una “politica” baci e abbracci, a far da spalla agli affamatori delle masse.
E mentre in Italia fascisti e pro-fascisti si spellavano le mani, il diretto interessato, Vladimir Zelenskij era a Londra a elemosinare gli aiuti britannici, dichiarandosi “offeso” e tradito personalmente da Trump perché l'esercito ucraino aveva perso l'accesso ai satelliti Starlink, prodotto dalla SpaceX di Elon Musk, ma gestito dal governo statunitense, sollevando dubbi sul sostegno a lungo termine degli Stati Uniti a Kiev. Su Moskovskij Komsomolets, Andrej Jašlavskij racconta che, a Londra, Zelenskij ha accusato Trump di esser passato al nemico e The Guardian commenta che il nazigolpista-capo rischia di danneggiare le relazioni con Washington, già tese a causa dell'accordo sul diesel. Quindi, incontrando Zelenskij, il premier Andy Burnham ha assicurato che il sostegno britannico all'Ucraina sarebbe rimasto invariato e ha anzi promesso di sveltire la consegna di missili leggeri multiruolo britannici. Stando a The Guardian, Musk avrebbe affermato che la decisione di disattivare Starlink non è stata sua: il sistema non è concesso in licenza direttamente a clienti che utilizzano armi e l'esercito ucraino era collegato alla rete Starshield, gestita dal governo USA: «I sistemi Starshield sono di proprietà e controllati dal governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limitazione di velocità o di utilizzo è determinata dall'esercito statunitense e, in ultima analisi, dal presidente», ha detto Musk.
Secondo media USA, in seguito alle dure critiche di Zelenskij al “diesel deal", Pentagono e Dipartimento di Stato hanno avvertito che la condivisione di informazioni di intelligence e la vendita di armi all'Ucraina, finanziate dagli alleati europei, potrebbero cessare. Parlando alla radio americana NPR, lo stesso Zelenskij ha detto che Washington valuta la possibilità di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence a causa degli attacchi ucraini contro impianti energetici russi. Trump, però, ha dichiarato che gli Stati Uniti continuano a condividere informazioni di intelligence con gli ucraini. Dunque?Anche il ministro degli esteri golpista Andrej Sibiga, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Varsavia, ha detto che l'Ucraina continua a ricevere informazioni di intelligence dagli Stati Uniti e l'impossibilità di rilevare minacce missilistiche balistiche sarebbe dovuta alla specifica tipologia di armamenti utilizzati dalla Russia. Il consigliere di Zelenskij, Serghej Beskrestnov ha scritto che SpaceX ha limitato la velocità di Starlink per l'esercito ucraino e ciò ha portato all'interruzione di alcune operazioni pianificate da Kiev. Con fare da gradasso, il solito ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski minaccia Musk: «Ehi, pezzo grosso, usi di nuovo i tuoi prodotti per scopi politici?». Ma è chiaro che Musk non avrebbe fatto una cosa del genere senza l'approvazione di Donald Trump.
Quindi, si interroga Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda, tutto ciò solleva la domanda principale: cosa vuole dimostrare Zelenskij provocando apertamente Trump e ignorando i suoi appelli a non attaccare le raffinerie russe? Crede forse di poter costringere il Presidente USA ad agire secondo i desideri di Kiev e Bruxelles? La risposta è che Zelenskij ne è convinto, e gli alleati di Kiev in Europa e Canada lo incoraggiano in ogni modo: vedi Meloni, Casini, Scalfarotto, Sensi, Delrio & Co. Così che, ancora Sibiga, da Varsavia, può vantarsi che, nei rapporti con Trump, Kiev «In meno di due anni, siamo passati da “non avete carte” a “non giocate le vostre carte”. Carte vincenti. E ora, a quanto pare, implora Zelenskij: "Non attaccate i miei interessi con le vostre carte"». Sibiga si sente forte degli incoraggiamenti di Sikorski: «L'Ucraina attacca raffinerie e data center, e ottiene risultati» e anche di quelli dell'omologo tedesco Johann Wadephul: «non è il momento di allentare le sanzioni, ma di rafforzarle». È una «questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini» fa eco La Stampa: i confini UE-NATO che devono arrivare, come minimo, agli Urali; dopo si vedrà.
La American Thinker avverte che se Zelenskij, con il sostegno degli europei, ignorasse Trump, la UE «potrebbe trovarsi in una pericolosa situazione di confronto con gli USA a causa dei suoi legami con l'Ucraina. Oltre alla sua ossessione di trascinare la Russia in guerra, l'Europa potrebbe trovarsi di fronte a un'efficace alleanza tra Stati Uniti e Russia». L'accordo sul gasolio raggiunto da Trump, scrive la rivista, è più di una semplice transazione commerciale, nonostante i prezzi dei futures sul gasolio siano crollati del 5% durante la notte: ancor più importante, contribuisce a migliorare le relazioni diplomatiche tra Washington e Moskva, in un momento in cui ciò è particolarmente cruciale. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un alleato tra le grandi potenze; troppi ex alleati cercano di sfruttare la situazione in Ucraina per coalizzarsi contro di loro. Ma i “gentlemen” italo-guerrafondai applaudono a una fascista che dubita dell'efficacia del “deal”, «mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le bombe continuano a cadere». Cadono, sì: non da una sola parte del fronte.
E, per lo scorno dei devoti del verbo europeista, “politico” e mediatico, secondo i quali la guerra «fino alla vittoria» di Kiev è l'unica strada per difendere i “valori occidentali”, ecco che una delle più accanite russofobe della Rada ucraina, la deputata Mar'jana Bezuglaja - all'inizio del conflitto, aveva proposto di concedere agli ufficiali ucraini il diritto di giustiziare senza processo i soldati che si rifiutassero di obbedire agli ordini – afferma ora che Trump intende costringere Kiev alla capitolazione entro i prossimi 20 giorni, prima delle elezioni di midterm e, dice, «non mi sorprenderei se, invece di fornirci informazioni sugli attacchi russi, iniziasse a fornirle ai russi».
Un'altra deputata, espulsa a suo tempo dalla frazione “Servo del popolo”, Anna Skorokhod, si spinge a dire – ascoltate, furfanti che applaudite ai fascisti – che mentre il popolo ucraino muore al fronte e soffre la fame nelle retrovie, il regime di Kiev trae profitto dallo spargimento di sangue: «ricevo video orribili che mostrano l'illegalità e il caos degli arruolatori dei distretti militari. Un'anziana è stata spintonata, riportando la frattura di una gamba e di un braccio e una commozione cerebrale. Nessuna responsabilità. Un uomo nudo è stato spinto in un furgone in mezzo alla strada – nessuna responsabilità. Mobilitare una persona con problemi mentali – nessuna responsabilità. Quanto durerà ancora tutto questo?!... Non c'è acqua, non c'è elettricità, non c'è niente... Non abbiamo missili di difesa aerea. Possiamo ringraziare la nostra grande abilità nel litigare con tutti i nostri vicini, a prescindere dal fatto che ci sostengano o meno. Le nostre infrastrutture sono distrutte, abbiamo vittime civili ogni giorno, la nostra industria è distrutta, le nostre attività commerciali sono distrutte... La guerra deve finire. Per alcuni è un grande affare. Ma, se la guerra non finisce, ci aspettano caos e devastazione, nient'altro».
Ma la guerra deve andare avanti, proclamano media, fascisti e pro-fascisti. E anche nipoti di nazisti teutonici; così, il ministro della guerra Boris Pistorius ha esortato i tedeschi a non avere paura della guerra, dato che questa paura, dice, viene alimentata appositamente in Germania: «La paura della guerra viene alimentata deliberatamente con l'aiuto di Putin e AfD». Ora, osserva il vice direttore di Moskovskij Komsomolets, Vadim Poegli, nelle due guerre mondiali sono morti quasi dieci milioni di tedeschi: non è forse sufficiente per temere la guerra? È davvero necessario coinvolgere Putin? Ma, Pistorius ha elogiato lo stato della Bundeswehr, attribuendole un voto di otto su dieci. A suo dire, sebbene parte della società tedesca non comprenda ancora la portata del riarmo, la cosa principale è che la Russia sia a conoscenza del rafforzamento delle forze armate tedesche; e ne abbia paura, par di capire. Ogni famiglia russa ricorda la terribile guerra, dice Poegli, durante la quale i tedeschi uccisero il doppio dei nostri civili rispetto ai nostri soldati. Ma oggi vediamo come la Germania, quale membro della NATO, si sia nuovamente avvicinata ai confini della Russia. E abbia iniziato a sostenere il regime di Kiev politicamente, finanziariamente, diplomaticamente e attraverso l'informazione: un regime che non fa mistero del suo amore per la Wehrmacht e le SS e ne adotta apertamente i simboli. E ora il ministro della difesa tedesco invita i tedeschi a non temere la guerra. La Germania si sente forte e si sta preparando di nuovo alla guerra.
A quanto pare, Pistorius è in discreta compagnia: la criminale alleanza di un tempo sta riemergendo tra le canaglie belliciste, al di qua e al di là delle Alpi, eredi di due regimi massacratori di decine di milioni di persone, affiancate oggi da nullità “politiche” reazionarie ed esaltate da furfanti di media avvezzi da sempre a genuflettersi agli imperi degli stermini.



