Tra pompieri e tsunami: quello che non si dice sulle privatizzazioni

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Tra pompieri e tsunami: quello che non si dice sulle privatizzazioni

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di Federico Giusti

Non c’è nessuna strisciante privatizzazione della Sanità, lo scrive il quotidiano Enti Locali del Sole 24 Ore che lancia l’ennesima accusa ai detrattori del privato che ravviserebbero problemi e minacce senza motivo,

Ci viene spiegato che negli ultimi due anni la spesa sanitaria privata sarebbe perfino in discesa salvo poi parlare di cifre stabili. Ora non si tratta di sapere se la quota delle famiglie indirizzata alla sanità privata sia stabile o in leggero calo ma vorremmo invece capire la ragione per la quale ci si debba affidare a un servizio a pagamento.

Le risposte sono molteplici e dal nostro punto di vista anche scontate e a forza di ripetere gli stessi concetti ci viene il dubbio che la opinione pubblica sia stata anastetizzata a qualsivoglia critica e analisi della realtà.

In molti ospedali con l’arrivo della stagione estiva diminuiscono i posti letto con meno personale per le ferie estive, ci sembra paradossale che in una azienda privata davanti a picchi produttivi sia possibile assumere interinali e a tempo determinato mentre in sanità e nella PA invece no per i soliti cerverllotici criteri che regolano la spesa in materia di personale.

Se sono previste deroghe rispetto ai tetti di spesa per l’acquisto di armi, non dovrebbero essere autorizzate a maggior ragione per la manutenzione del territorio e la cura delle persone? Logica direbbe di sì ma è proprio a logica a difettare.

 

Il ricorso alla sanità privata è il risultato delle lunghe liste di attesa e anche in questo caso tornano in ballo le mancate assunzioni ma anche di convenzioni della sanità integrativa con il privato per opera di accordi sindacali.

 

Se il pubblico non eroga un servizio in tempi accettabili, se per curare un tumore devi aspettare mesi, se intanto hai disponibilità economica, è scontato rivolgersi al privato.

 

Poi veniamo alle cure non garantite dal Ssn ad esempio il dentista, i presidi medici, le prestazioni per anziani e non autosufficienti. Come nel caso del welfare universale, le prestazioni dovrebbero rispondere ai reali fabbisogni che nel corso degli anni sono mutati, eppure siamo fermi a tanti anni fa. Ma anche questa scarsa attinenza alla realtà, questa sorta di non volere guardare alle richieste della cittadinanza non è una forma di delegittimazione del welfare e del servizio pubblico?

Quanto escluso dai Lea, i livelli essenziali di assistenza finisce ad appannaggio del sistema privato ma prima di definire i Lea Stato e Regioni hanno operato una credibile ricognizione dei reali fabbisogni o li hanno semplicemente adeguati al budget previsto?

Quanto più avanti andiamo nella disamina dei problemi tanto più ci accorgiamo della esistenza di un convitato di pietra per favorire i processi di privatizzazione rendendoli quasi ineluttabili mentre invece sono studiati a tavolino e favoriti anche dai soggetti che in teoria dovrebbero difendere il servizio pubblico. Se abbiamo un welfare ancorato all’idea di famiglia di 50 anni fa è evidente che i servizi erogati siano insufficienti e, visto che due redditi in famiglia sono appena sufficienti ad arrivare in fondo al mese, se pensi che la donna sia disponibile nel corso della giornata per il lavoro di cura di anziani e minori commetti un grave errore e costringi quella famiglia a rivolgersi al privato e a proprie spese. Questa miopia rendere il welfare del tutto inadeguato ai bisogni reali.

Lo stesso ragionamento vale per le pensioni dell’Inps, se lo Stato non integra l’assegno, se il calcolo dello stesso è sfavorevole speri che la gamba previdenziale integrativa sia almeno sufficiente a compensare la perdita del potere di acquisto. Le privatizzazioni si favoriscono anche in questo modo, eludendo i problemi o ignorandoli per delegarne la soluzione al privato.

 

Gli interessi che si muovono attorno alla sanità privata parlano di narrazioni distorte alimentando la confusione di sempre tra servizio a gestione diretta e privato in convenzione, da parte nostra vorremmo lanciare invece una provocazione, a fin di bene, non solo alle associazioni datoriali ma anche ai sindacati rappresentativi: applicate nelle strutture in convenzione gli stessi contratti nazionali del pubblico e dimostrateci che siamo noi dalla parte del torto.

 

L’obiettivo è quindi ambizioso, ad esempio rivedere il tariffario ossia accrescere i ricavi dei servizi in convenzione, battono cassa al SSN adducendo la motivazione del caro vita, dei costi crescenti, delle tariffe da anni ferme e dei rinnovi contrattuali da corrispondere.

 

Una visione decisamente di parte e datoriale atta ad accrescere la quota di spesa sanitaria destinata al servizio privato che ormai ha superato il 25% di quella totale e che nell’arco di un decennio vorrebbero raddoppiare seguendo l’esempio di alcuni paesi avanti con le privatizzazioni.

 

Sia ben chiaro che non demonizziamo i lavoratori e le lavoratrici del privato ma da qui a sostenere che spesa sanitaria non pubblica sia frutto di libera scelta fuori da qualsivoglia funzione compensativa e sostitutiva del pubblico corre grande differenza. Se il pubblico fosse stato messo in condizione di funzionare oggi non parleremmo di libertà di scelta nella cura ma semplicemente di cura, di prestazioni sanitarie erogate e di uno stato sociale attrezzato ai reali fabbisogni.

 

 

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