La democrazia del brivido: l’inchiesta come anestetico geopolitico

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La democrazia del brivido: l’inchiesta come anestetico geopolitico

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di Luciano Del Castillo*

 

Due notizie hanno recentemente infiammato il dibattito politico occidentale, rimbalzando con forza soprattutto tra i media di area conservatrice. La prima riguarda gli sviluppi dell’inchiesta sull’uccisione di Hind Rajab, la bambina palestinese morta a Gaza. La seconda fa riferimento alle dichiarazioni dell'ambasciatore statunitense, che ha definito “terrorismo” le azioni violente di alcuni coloni israeliani in Cisgiordania. A prima vista, potrebbe sembrare un raro momento di onestà intellettuale e autocritica da parte delle due grandi potenze alleate. In realtà, si tratta di una precisa strategia di gestione del consenso. Una mossa cinica per arginare una drammatica crisi di credibilità. La crisi dei “mostri geopolitici” Stiamo assistendo alla parabola di due giganti geopolitici che, storicamente, pretendono di ridisegnare la geografia mondiale a colpi di bombe e sanzioni. Oggi, però, la narrazione tradizionale non basta più. Le immagini dei massacri corrono sui social in tempo reale. I rapporti delle organizzazioni internazionali scardinano la propaganda ufficiale. La reazione a questa perdita di autorevolezza morale non è il cambiamento delle politiche sul campo, ma l’attivazione di un sofisticato dispositivo di pubbliche relazioni. Spacciatori di democrazia a scoppio ritardato.

La tesi di fondo che queste notizie vogliono veicolare  è tanto sottile quanto perversa: “Alla fine – ma molto alla fine – noi siamo i buoni”. È la retorica degli “spacciatori di democrazia”. Il messaggio subliminale rivolto all’opinione pubblica occidentale serve a marcare una presunta superiorità morale rispetto ai cosiddetti “Stati canaglia” (regimi autoritari o teocratici). La differenza strutturale tra “noi” e “loro”, secondo questa visione, si riduce a un paradosso macabro: I paesi canaglia uccidono, distruggono e negano l’evidenza.

L’Occidente democratico bombarda, tollera o sostiene il massacro, ma poi istituisce una commissione d’inchiesta. Riconosce l’orrore a posteriori, lo analizza in un’aula di tribunale o in un comunicato stampa, e così si purifica la coscienza.

L’inchiesta come strumento di legittimazione

Chiamare “terrorismo” il modus operandi dei coloni o indagare sulla morte di una bambina di sei anni non cancella il sangue, né sposta gli equilibri geopolitici. Diventa però un eccellente anestetico politico. L’ammissione di colpa si trasforma nell’atto supremo che dimostra la superiorità della democrazia liberale. Si bombarda in nome della civiltà, e si indaga sulle macerie per dimostrare di avere ancora un’anima. Il dibattito politico “all’ultimo sangue” scatenato dai media conservatori serve proprio a questo: polarizzare l’attenzione sulla gestione della notizia, sul linguaggio utilizzato, sulla legittimità dell’ambasciatore o della commissione d’indagine. Nel frattempo, lo status quo non viene minimamente scalfito. La geografia continua a essere cambiata con la forza, ma con il timbro di garanzia di uno Stato di diritto che, dopo aver fallito nel proteggere le vite umane, eccelle nel verbalizzarne la fine.

 

*Luciano Del Castillo

Nato a Palermo il 23 giugno 1960, è un fotografo e giornalista italiano. Inizia nel 1980 come fotoreporter a Palermo, presso il quotidiano l’Ora e l’agenzia di Letizia Battaglia e Franco Zecchin. Nel 1987 collabora con Action Press di Amburgo seguendo gli eventi dell’Est europeo, e dal 1994, trasferitosi a Roma, realizza reportage per le principali testate italiane (Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, L’Espresso) e internazionali (The Guardian, The Washington Post, Associated Press). Sue le foto di Craxi in fuga dal Raphael, foto simbolo della fine della Prima Repubblica, e altre come la bambina e il muro di Berlino, la strage di Capaci e del G8 di Genova.

 

*Post Facebook pubblicato su gentile concessione dell'Autore

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