L’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef non è una buona notizia
di Alessandro Volpi - Altreconomia
Poco meno del 19% dei contribuenti italiani paga il 65% dell’intera Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Si tratta di coloro che hanno un reddito lordo superiore ai 35mila euro annui. È evidente che si tratta di un dato non sostenibile perché significa che solo quel 19% scarso versa più di quanto riceva dallo Stato in termini di servizi complessivi e dunque contribuisce a pagare per tutti gli altri.
Su questo tema si potrebbero fare molte considerazioni. Mi limito qui a esporne una che mi pare decisamente rilevante perché è una chiara sconfitta dell’interesse pubblico. L’andamento recente del gettito derivante dalle imposte sostitutive dell’Irpef ha mostrato una crescita imponente, passando dallo storico bacino di 8-10 miliardi di euro all’anno a un picco vicino ai 18 miliardi. Questa apparente impennata, celebrata come un successo di cassa, cela in realtà una strutturale e profonda perdita di gettito potenziale per le casse dello Stato, determinata dalla progressiva sostituzione del modello di tassazione progressiva con regimi sostitutivi a flat tax e sanatorie straordinarie.
La causa scatenante di questo picco finanziario risiede principalmente nell’introduzione del “concordato preventivo” biennale per le partite Iva e gli autonomi, unito al relativo ravvedimento speciale per gli anni dal 2019 al 2023. Attraverso questo meccanismo, i contribuenti che aderiscono al concordato beneficiano di un’imposta sostitutiva fortemente agevolata, con aliquote ridotte tra il 10% e il 15%, applicata esclusivamente sulla quota di reddito incrementale rispetto all’anno precedente.
Il vero costo per l’Erario, e dunque per la collettività, emerge nel momento in cui si confronta questo prelievo agevolato con l’imposta ordinaria: in un regime Irpef progressivo -secondo quanto previsto dalla Costituzione all’articolo 53- quel medesimo extra-reddito verrebbe tassato con le aliquote marginali ordinarie che raggiungono rapidamente il 35% o il 43%, senza contare l’impatto delle addizionali regionali e comunali. Di conseguenza, per ogni quota di maggior reddito emerso, lo Stato rinuncia a una porzione consistente di prelievo fiscale, concedendo uno sconto d’imposta che varia dal 20% al 30% rispetto alla tassazione ordinaria e ai contribuenti a cui il prelievo è effettuato alla fonte.
Questa perdita di gettito potenziale risulta ancora più evidente e marcata se si analizza l’impatto del cosiddetto ravvedimento speciale. Per incentivare l’adesione al Concordato, il legislatore ha concesso la possibilità di sanare cinque annualità di dichiarazioni passate mediante il versamento di un’imposta sostitutiva calcolata su basi imponibili notevolmente ridotte e, soprattutto, con il totale abbattimento delle sanzioni amministrative e degli interessi. Nel regime ordinario, le sanzioni per infedele dichiarazione variano dal 70% al 135% della maggiore imposta dovuta. Sanando cinque anni di irregolarità con un’imposta sostitutiva minima e priva di sanzioni, l’Erario incassa una liquidità immediata di circa 10-12 miliardi, ma contestualmente rinuncia a un ammontare potenziale di sanzioni e maggiori imposte accertabili stimato tra gli otto e i 12 miliardi di euro. In pratica hanno vinto gli evasori.
L’incasso immediato di oggi si traduce infatti in un’enorme rinuncia alle pretese fiscali di domani, blindata dalla contestuale preclusione per legge di ogni futuro accertamento analitico su quelle annualità. Il fenomeno non si limita tuttavia alle sole misure straordinarie per le partite Iva ma rispecchia un’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef a favore di regimi sostitutivi permanenti. Il Regime forfettario per gli autonomi, ad esempio, applicando un’aliquota secca al 15% o al 5%, sottrae ogni anno miliardi di euro alla progressività dell’Irpef, generando un minor gettito potenziale annuo valutato dall’Ufficio parlamentare di bilancio tra i quattro e i cinque miliardi di euro.
Analogamente, la cedolare secca sugli affitti sostituisce la tassazione ordinaria sui redditi da locazione con un’imposta flat al 21% o al 10%, causando un’ulteriore perdita di gettito potenziale pari a circa 2,5-3 miliardi all’anno rispetto a quanto l’Erario incasserebbe se tali redditi concorressero al reddito complessivo Irpef dei proprietari. L’argomento spesso sollevato per giustificare tali scelte fa leva sulla certezza dell’incasso e sulla prevenzione dell’evasione fiscale, secondo la logica per cui un’imposta bassa viene pagata subito mentre un’imposta alta rischia di alimentare il sommerso o finire in contenziosi infiniti.
In realtà, in termini più chiari, lo Stato ha deciso che gli evasori decidessero quanto versare. Il balzo del gettito delle imposte sostitutive a 18 miliardi di euro non rappresenta così la monetizzazione svenduta del credito fiscale dello Stato: l’Erario ha accettato di incassare subito una somma inferiore in cambio della rinuncia definitiva a un gettito potenziale di gran lunga superiore, alterando peraltro il principio di equità fiscale e progressività sancito dalla Costituzione. Di questo, penso, dovrebbe occuparsi la politica.


